di Associazione Internazionale Esorcisti

La cosiddetta tecnica di analisi e psicoterapia alternativa detta delle “costellazioni familiari”, sviluppata dal tedesco Bert Hellinger (1925-2019), la cui efficacia non è in alcun modo provata scientificamente, presenta contenuti e aspetti che suscitano grandi riserve non solo sul piano clinico. Secondo le “costellazioni familiari” i problemi, le difficoltà e le malattie delle persone sarebbero legati alle vicende esistenziali e alle sorti dei precedenti membri della loro famiglia o del gruppo etnico di appartenenza. Si comprende da subito la presenza di tematiche che rinviano al mondo magico e spiritista, assimilate dal loro ideatore con la frequentazione del contesto tribale africano. Hellinger, infatti, era un ex-prete cattolico, missionario in Sudafrica, dove visse a contatto con le tribù Zulu, osservandone costumi, credenze e riti, in particolare il culto degli antenati. Successive esperienze di carattere ecumenico e interculturale portarono il missionario tedesco non solo a orientarsi verso la cultura dei nativi ma a far coincidere i “loro ideali” con le verità della fede. Del resto, Hellinger si era accostato anche alla teosofia, dottrina esoterica e sincretica dagli addentellati massonici, il cui scopo è una fratellanza universale tra gli uomini edificata su una base religiosa comune.

Bert Hellinger successivamente venne ridotto allo stato laicale, abbandonò la fede cristiana, e si dedicò allo studio della psicoanalisi. Aderì al metodo dell’americana Virginia Satir e alle sue “sculture di famiglia”, approccio basato dal punto di vista dinamico su una terapia di gruppo coinvolgente partecipanti con comuni problematiche e sofferenze. Essi nella seduta assumono diverse posture e posizioni tali da realizzare, interagendo, una “scultura” visuale su cui si sviluppa una valutazione e la conseguente terapia. In pratica si chiede ai componenti di una famiglia di plasmare una rappresentazione visiva e spaziale della propria immagine (e del proprio stallo nelle relazioni) disponendo i propri corpi nello spazio e dirigendo fra loro gli sguardi.

In queste dinamiche di gruppo, fatte proprie da Hellinger, può essere scelta una persona, che rappresenta il membro di una famiglia che in realtà non conosce, ma che si offre a delle domande su temi e problematiche personali. Questi “attori” o “figure” affermano perfino di esprimere gli stessi sintomi e sentimenti che la persona da loro “recitata” avrebbe provato anche se deceduta, e ciò non conoscendo quella persona. Risulta evidente la pericolosità di tale drammatizzazione (ispirata anche allo psicodramma di Jacob Levi Moreno), che a Hellinger ricordava la religiosità zulu relativa agli antenati, con il ruolo dei sangoma, gli sciamani, adottanti pratiche proprie dello spiritismo. Hellinger grazie a tutte queste informazioni ed esperienze creò così il “metodo” delle “costellazioni familiari” che suscita non poche domande e critiche.
La “costellazione familiare” si propone di regolare ciò che è “fuori posto”, e che viola delle ritenute regole. Da qui la necessità di sciogliere i nodi creatisi nelle famiglie lungo le generazioni quasi che ogni essere umano portasse in sé dati, informazioni e condizionamenti ereditate da vite passate. Ci troviamo perciò di fronte ad affermazioni tanto assurde sul piano scientifico quanto discutibili sul piano morale.

Nella tecnica della “costellazione familiare” il paziente presenta il tema che gli sta a cuore e il terapeuta (che conduce, “facilita” la seduta) chiede a sua volta informazioni su eventi della vita della sua famiglia, comprese morti premature, suicidi, omicidi, malattie gravi, matrimoni precedenti, figli o fratelli ecc.
Sulla base di queste informazioni, al paziente viene chiesto di scegliere fra i membri del gruppo terapeutico, preferibilmente estranei alla sua storia, quelli che possono “rappresentare” il modo in cui il paziente percepisce le relazioni al centro della sua storia (ossia, il suo vissuto emotivo).

Quindi, orientato dalle reazioni di questi rappresentanti (e improvvisati attori), il terapeuta guida, quando possibile, verso un quadro risolutivo in cui tutti ricoprono un posto che li farà sentire bene all’interno di quel sistema familiare al centro della “terapia”.
La tecnica ha una vasta gamma di applicazioni, come ad esempio:

1.        Il miglioramento delle relazioni familiari.
2.        Il miglioramento delle relazioni interpersonali nelle attività professionali come nelle aziende.
3.        Il miglioramento delle relazioni nell’ambiente educativo.

Questa tecnica parte però da un concetto sbagliato e presenta forti analogie, per contenuti e visione, con lo spiritismo praticato secondo la concezione animista. Infatti, come ha spiegato uno spiritista brasiliano – citato da Mons. Rubens Miraglia Zani in una sua relazione congressuale sul tema[1], da cui ricaviamo ampi stralci di questa nota –: “La famiglia è una costellazione, in cui il padre è il sole, la madre è la luna, i figli sono le stelle che circolano intorno a questo insieme. Gli altri parenti sono asteroidi”. Si noti l’uso di un linguaggio ricco di metafore “astrali”. In sostanza, tutto quanto accade nell’esistenza, influendo su di noi, compresi gli eventi vissuti da nostri antenati, possono disallineare queste “costellazioni” causando problemi e sofferenze: per questa ragione la cosiddetta “energia” presente nelle famiglie e nelle generazioni deve essere “riallineata”. La tecnica non è per nulla innocua e risulta decisamente invasiva sul piano morale. Hellinger afferma che l’efficacia del metodo è dovuta alla “comunione di anime” che esiste tra l’“attore” e il “rappresentato” anche se essi non si conoscono; questo avviene perché l’energia può “fluire” su di loro. Il concetto ricorrente di energia, evocato in questo metodo, ci riporta direttamente all’universo New Age e ai suoi risvolti magico-esoterici.

Tecniche di persuasione, suggestione della mente, induzione costituiscono uno strano miscuglio di psicoterapia alternativa e dottrine animiste e pseudo-mistiche, dove gli “attori” vengono influenzati dalla propria condizione interiore e sostengono di essere connessi con l’“anima” o “l’energia” di coloro che rappresentano. Il vero rischio che deriva da questo scenario è l’introduzione a una visione New Age della vita, dove concetti come la reincarnazione, la trasmissione di colpe e sofferenze lungo l’albero genealogico, in una linea di continuità fra generazioni passate, presenti e future, collocano la tecnica delle costellazioni in una prospettiva iniziatica, che può sfociare in situazioni di grande pericolo morale e spirituale.

Come esortava Mons. Miraglia Zani nella sua analisi: “Noi cristiani non dovremmo scendere a compromessi con questo tipo di realtà. Oltre a rendere grazie a Dio, abbiamo diversi altri modi per lavorare all’interno della Chiesa cattolica, in modo adeguato ed equilibrato, sia a livello spirituale (direzione spirituale) sia a livello della medicina stessa (terapie approvate dai consigli nazionali dei medici e degli psicologi). Diversamente, corriamo il rischio di essere coinvolti in pratiche spiritiche, fornendo così un’opportunità all’azione straordinaria del diavolo”.

E così concludeva l’esorcista brasiliano:

“Ogni essere umano è unico. L’influenza della famiglia non significa che siamo incatenati al passato! Dio ci ha dato la libertà di combattere e migliorare. Da soli non possiamo raggiungere la liberazione dell’anima. Per questo Cristo è venuto a spezzare le catene del peccato offrendo all’umanità un nuovo senso della vita. Non lo sarà se non c’è integrazione con la sua grazia. Questa versione include anche le cosiddette influenze familiari negative. […]. La costellazione familiare è incompatibile con le dottrine fondamentali della fede e dell’esperienza cristiane, come la completa redenzione e libertà che abbiamo in Cristo (Romani 8:1, Gal 5:1, 2 Corinzi 5:17, 1 Pietro 1:18). […] L’unica salvezza si chiama Gesù Cristo. L’unico modo per entrare nella Comunione dei Santi è accogliere il dono della filiazione divina che Gesù ordinariamente ci fa nei sacramenti: essere tralci vivi della vite che è Gesù! Essere pietre vive della Chiesa, sposa di Gesù! Ritorneremo così alla vera “Comunione dei Santi”, di cui le costellazioni familiari sono un pallidissimo ed erroneo sostituto”.

Una testimonianza sulle “costellazioni familiari”

«Venni a conoscenza di questa pratica dopo che mia zia si ammalò di tumore. La zia conobbe infatti, attraverso un volantino pubblicitario, uno psicoterapeuta che praticava le “costellazioni familiari”. Spinta dalla preoccupazione per la sua malattia, le volle sperimentare per poi parlarne con me e mia madre. Partecipai dunque a quelle sedute circa una decina di volte.
Questa pratica presenta varie modalità – alcuni, ad esempio, utilizzano dei pupazzi – ma questo psicoterapeuta si avvaleva di un gruppo di una decina, talora una quindicina, di persone. L’incontro iniziava con l’invocazione, da parte sua, di una luce benefica, invitando i presenti a inspirare aria pulita, a espiare quella cattiva, immaginando poi questa luce buona che entrava nel corpo per purificarlo. Era una sorta di meditazione rilassante.
Inizialmente il messaggio dello psicoterapeuta era positivo, poi però invitava i presenti ad avvicinarsi a lui ponendogli sottovoce all’orecchio una domanda riguardante quanto stava loro a cuore: una malattia o un problema esistenziale irrisolto. Noi stavamo in cerchio e la persona che gli rivolgeva la domanda si sedeva accanto a lui. A sua volta, lo psicoterapeuta suggeriva all’orecchio della persona sofferente di scegliere una persona fra i presenti e di farle impersonare la propria malattia o il proprio problema. La persona ignorava il motivo delle preoccupazioni di chi l’aveva scelta. Tutto avveniva guardandosi negli occhi, tenendosi le mani e, parlando mentalmente. Così il paziente identificava l’altro con la sua malattia o col suo problema, ponendolo poi al centro del cerchio. La persona prescelta veniva invitata a stare rilassata, ignara di tutto e in attesa di indicazioni.  Successivamente si passava a un’altra persona, sempre per il tramite della prima, evocando antenati, malattie, Dio stesso, assegnando poi nuove funzioni a persone diverse con un crescente numero di coinvolgimenti. Al centro del cerchio aumentavano così le persone, perché era lo psicoterapeuta che sulla base dei bisogni stabiliva quante persone andavano coinvolte, precisando che c’era una differenza fra caso e caso, sulla base della sua risolvibilità. Per questo potevano essere necessarie più sedute.
Una volta mia madre fece una domanda, e al centro del cerchio stava una persona che né conosceva noi due, né la nostra famiglia; eppure, dopo che era stata interpellata mentalmente, questa persona fu in grado di dire le stesse cose che diceva mio nonno quando era in vita. La cosa mi sbalordì. Questo fenomeno colpiva i presenti e suscitava grande attenzione verso questa pratica. Ma in quel momento e con il passare del tempo, dopo vari avvenimenti, mi resi conto della pericolosità della situazione. Nel frattempo, le persone presenti parlavano fra loro, interagivano, e in questo modo lo psicoterapeuta studiava le dinamiche, chiedendo poi alla “figura” di esplicitare, rappresentandoli, i ruoli familiari implicati nella vita di ogni presente. C’era molta libertà nel confronto, ed egli ci esortava anche a manifestare liberamente, ansie e problemi. Allo stesso tempo voleva garantire una certa riservatezza: insomma una dinamica molto varia dove però era sempre lui a condurre.
Capitava che a volte si parlasse degli aborti. In quel caso la persona, la “figura” coinvolta, si stendeva spontaneamente a terra, con gli occhi chiusi, a indicare un defunto o un bambino abortito (il tema irrisolto della persona che le si era rivolta con il pensiero). C’era anche chi si metteva a piangere o a tremare. In questi casi lo psicoterapeuta la liberava da queste sofferenze ritenendo di sanare l’albero genealogico condizionato da morti brutali o traumi irrisolti. Dopo questa fase coinvolgente, ci faceva sedere nuovamente per una meditazione ulteriore. Egli affermava che in questo modo ci faceva “scaricare” dal nostro vissuto, perché tutta la terapia avveniva a livello spirituale. Se ciò non si fosse verificato, qualcuno avrebbe potuto manifestare delle reazioni ulteriori di cui lui si occupava con una modalità riservata, facendoci prima uscire. Il fatto è che noi eravamo tutti consapevoli e nulla avveniva fuori dalla nostra volontà: se avessimo avuto delle riserve a fare o dire qualcosa nel momento della “rappresentazione” della domanda, egli non ci avrebbe obbligato.
Nel cammino di conversione ho compreso, guardando indietro nel mio passato, che le cose erano andate sempre peggio dopo essermi avvicinata a questa pratica. Ció che avevo chiesto non si era risolto, anzi, dopo un apparente periodo di quiete, che dava l’illusione di una risoluzione, tutto sembrava complicarsi ulteriormente. In famiglia, fra mia madre e mia zia, i rapporti erano peggiorati: non c’era armonia e questo fatto lo associai a quelle sedute. Una volta che mi trovai al centro della terapia,  come “figura” che aiutava nella risoluzione, pur essendo cosciente, percepivo che qualcosa mi spingeva a fare quello che mi veniva chiesto di fare, come animata da una forza. Avevo la capacità di oppormi, ma potevo anche scegliere se eseguire quello che la forza mi spingeva a fare o dire per aiutare la persona che aveva posto la domanda allo psicoterapeuta. Per l’eventuale risoluzione finale, lo psicoterapeuta spesso faceva pronunciare alle “figure” frasi che, a suo dire, aiutavano nella risoluzione del problema. Finita la seduta, veniva chiesto ai partecipanti di non parlarne con nessuno per trenta giorni. Allo scadere di questo periodo ci si ritrovava per fare una condivisione e testimoniare sui progressi o meno nella propria vita, rispetto alla domanda fatta trenta giorni prima. Sia io che gli altri partecipanti cercavamo di assecondare la forza solo allo scopo di aiutare chi aveva posto la domanda. Una volta impersonai un defunto e mi stesi per terra, sentendo le gambe molli e tenendo gli occhi chiusi.
In quello stesso periodo non mi accostavo ai Sacramenti, la fede famigliare era più che altro una consuetudine, ma dentro di me già percepivo che questa situazione non mi tornava, al punto che mi scontravo con mia madre per distoglierla da quella e altre pratiche, come il Reiki, per il quale lei aveva frequentato un corso. A queste pratiche si era avvicinata dopo una serie di lutti in casa. Io stessa, quando frequentavo la terza media, fui accompagnata da lei presso una donna che praticava il Reiki. Ricordo che durante il trattamento piangevo e loro giustificavano le mie reazioni dicendo che probabilmente avevo delle sofferenze che non riuscivo ad esprimere se non col pianto. Io, del resto, mi fidavo di mia madre, pensavo che mi volesse aiutare.
Poi, grazie a Dio, attraverso la mia conversione e il ritorno ai Sacramenti mi sono affrancata da tutto ciò».


[1] Relazione tenuta al XIV Convegno internazionale dell’Associazione Internazionale Esorcisti (AIE), Fraterna Domus (Roma), 25-30 settembre 2023, sul tema: “La pseudo-terapia delle “costellazioni familiari”: una sfida pastorale”. Può essere consultata al seguente link: https://www.aieinternational.it/la-pseudo-terapia-delle-costellazioni-familiari-una-sfida-pastorale/