di Associazione Internazionale Esorcisti
A Bologna il 2025 si è concluso in piazza Maggiore, davanti alla Basilica di San Petronio, con il rogo di un enorme figura dall’aspetto tenebroso, definita un “Gremlin oviparo” dal suo creatore Dem (noto anche come “Dem Demonio”), sollevando sui social le non poche critiche di una parte della cittadinanza. L’usanza bolognese di bruciare un gigantesco fantoccio di cartapesta detto il “Vecchione” risale a poco di più di un secolo fa, e per decenni ebbe le tradizionali sembianze di un vecchio, realizzato in origine con paglia e stracci dagli artigiani locali. Un corteo con bande accompagnava la lettura del testamento dell’anno morente, cui seguiva l’estrazione dei premi della lotteria di Capodanno. Insomma, una festa popolare che cent’anni dopo ha finito per assumere contenuti e contorni che suscitano forti perplessità. Quello di Bologna non è un caso isolato. A Verona per l’Epifania, in piazza Bra, di fronte all’Arena, l’anfiteatro romano, sette “performer” francesi hanno creato degli imponenti cavalli bianchi luminosi, alti circa quattro metri, ritenuti di buon auspicio per il nuovo anno. Le creature, emergenti dal nulla, sono state concepite per guidare la folla con percorsi danzanti nella grande piazza. In un’atmosfera di suggestione collettiva, ecco concludersi la giornata con “tono poetico, visionario e profondamente evocativo, lasciando a tutti – assicurano dal Comune nel comunicato sull’evento – il senso di aver partecipato a un rito di comunità, tra memoria, festa e rinnovamento” (in attesa delle Olimpiadi invernali). Si potrebbe analizzare l’ambiguo significato simbolico dei cavalli, la loro valenza archetipica, il loro ruolo di messaggeri fra il mondo terreno e quello ultraterreno, ma ci limiteremo a dire che un po’ ovunque le tradizionali feste di piazza si rivestono di significati sempre più complessi, ritualizzati e talora esoterici.
Veniamo poi a una mostra. Qui la fa da padrona, tanto per cambiare, la stregoneria. A Padova si conclude all’inizio di febbraio, negli spazi dell’ex macello della città veneta, la mostra “Stregherie. Iconografie, riti e simboli delle eretiche del sapere”. La mostra ha già fatto tappa a Monza e a Bologna (dove ha avuto il patrocinio del Comune). A Padova l’esposizione, rinnovata e arricchita, si snoda lungo un percorso che ricostruisce il fenomeno della stregoneria nella sua rappresentazione iconografica lungo i secoli. Ma la cornice “museale” non è sufficiente per gli organizzatori, perché – e qui il virgolettato è d’obbligo – la mostra è “concepita come un vero e proprio rito di passaggio laico”. Quella di Padova non è solo un’esposizione, “ma un’esperienza immersiva e trasformativa” che propone la figura della strega come “un archetipo ricco di significati: una donna che sa, una portatrice di conoscenze dimenticate, una voce che resiste”. La mostra è costruita su nove sezioni, “concepite come altrettanti portali iniziatici che guidano il visitatore in un viaggio tra mito, corpo, sapere, persecuzione e rinascita”. Dai miti delle epoche lontane fino alla rilettura della contemporaneità, la strega non è più una figura ai margini della società – e come tale vista con sospetto se non perseguitata – ma diventa un simbolo “attivo di autonomia, rinascita e potere culturale”. Questa è certamente una scelta ideale, se non ideologica, dei curatori della mostra, che – se ne deduce – desiderano affermare anche un modello di “riscatto” sociale, attraverso una riproposizione storico-museale che comprende l’esperienza “immersiva” – con effetti visivi e sonori – in un processo per stregoneria del Cinquecento. Infatti, con la collaborazione dell’Archivio di Stato di Modena per la parte documentaria, il visitatore può sedersi sul banco degli imputati per trovarsi sottoposto alle domande dell’inquisitore, ascoltando le repliche dell’accusata. Ma gli organizzatori non si sono limitati ai documenti storici: essenziale è la dimensione del presente che permette di attualizzare e sperimentare (con i sensi e le emozioni, si precisa). Ecco, quindi, la proposta per le famiglie che visiteranno “Stregherie”, perché nessuno si possa annoiare: grandi e piccini. Ovvero il coinvolgimento dei bambini “in giochi e avventure all’interno del percorso espositivo al termine dei quali riceveranno in omaggio un premio “stregato” e avranno a loro disposizione un piccolo antro della strega dove preparare amuleti e pozioni magiche con ragni, serpenti e altro materiale misterioso”. Ogni commento è superfluo, ma ci sia consentito esprimere sul piano educativo una netta presa di distanza. Ma non finisce qui. L’esposizione padovana termina con una “seconda esperienza immersiva”, fra specchi, luci e un podio su cui ogni visitatore troverà collocato il cosiddetto Libro delle Ombre, “strumento fondamentale di ogni vera strega” (infatti è un libro di magia o grimorio, oggi in uso nei circoli neopagani e della Wicca, la nuova stregoneria). In questo modo, “armati di penna e calamaio, i visitatori vengono invitati a condividere per sempre i loro pensieri e i loro incantesimi personali con i visitatori che li seguiranno”. Concludendo, se una mostra documentaria, quando è definita da criteri espositivi rigorosi, può rivestire interesse e funzione culturale, non si comprende nella mostra “Stregherie” – se non per una ragione apologetica e, vien da pensare, proselitistica – la cornice di coinvolgimento emotivo e, come tale, di adesione a credenze e ritualità che proprio una prospettiva storiografica corretta dovrebbe di per sé evitare se non confutare. Ma forse certe esposizioni somigliano a certe piazze, all’inizio di questo nuovo anno.
Immagine: Frans Francken il Giovane, Il raduno delle streghe (1607), Kunsthistorisches Museum, Vienna.