di Associazione Internazionale Esorcisti
Lo scorso sabato 9 maggio 2026 nella Basilica Cattedrale di Padova è stata avviata l’inchiesta diocesana per la causa di canonizzazione della beata Eustochio, al secolo Lucrezia Bellini. Negli ultimi decenni, grazie anche all’attenzione mostrata da don Gabriele Amorth, presso i fedeli si è sviluppata una particolare devozione verso questa beata benedettina, invocata anche dai sacerdoti esorcisti e da quanti soffrono per situazioni di contrasto, divisione e patimenti fisici. Il messaggio attuale della beata Eustochio sta nel suo invito alla preghiera, all’accettazione delle croci personali, a vincere il male con l’abbandono umile e fiducioso a Dio, perdonando i nemici, amando la Chiesa.
I natali della beata Eustochio furono segnati da una triste e penosa circostanza. Lucrezia Bellini nacque a Padova in un giorno imprecisato del 1444, figlia di Maddalena Cavalcabò, già monaca benedettina nel monastero di San Prosdocimo, e di un gabelliere di nome Bartolomeo Bellini. Come talvolta accadeva a quell’epoca, parte della comunità monastica di San Prosdocimo viveva una condizione di grande disagio morale, in spregio alla clausura. Era una religiosa anziana la causa principale di questo stato di cose e fu lei che spinse la madre di Lucrezia a trasgredire i voti. A fronte di questa situazione la badessa della comunità cercava con grande difficoltà di porre argine al malcostume.
Il rapporto adulterino con una consacrata, l’illegittimità della nascita della figlia e una serie di strani fatti accaduti mentre Lucrezia era in tenera età, portarono il padre ad affidare la bambina, una volta compiuti sette anni e nella veste di educanda, alle monache dello stesso monastero in cui era vissuta la madre. Nei primi anni dell’infanzia, infatti, la piccola Lucrezia aveva manifestato degli atteggiamenti e delle reazioni singolari, tanto che fu sottoposta a vari esorcismi. Le ragioni del malessere erano anche legate al contesto famigliare della sua non accettazione. La madre non amava Lucrezia, identificandola col frutto del suo errore, dal momento che rappresentava la prova del tradimento cui l’aveva indotta il marito. Per questo maltrattava la figlia verbalmente e anche fisicamente. Eppure, Lucrezia era una bambina dolce e dotata di particolare bellezza. Dopo il suo ingresso nel monastero, la condotta della comunità continuava però a non essere esemplare. Diversamente, la bambina, prediligeva il ritiro, il lavoro e la preghiera. Grande era la sua devozione alla Madonna, a san Girolamo e a san Luca.
Nel 1460 la badessa morì in circostanze oscure e il vescovo di Padova Jacopo Zeno impose maggiore disciplina alla comunità monastica. La reazione delle monache, delle novizie e delle educande fu senza mezzi termini: lasciarono in massa il monastero. Tutte lo fecero tranne Lucrezia, che rimase sola, pregando i suoi venerati santi. Furono allora chiamate dalla curia a rianimare i chiostri altre benedettine, che giunsero dal monastero di Santa Maria della Misericordia, sotto la guida della badessa Giustina de Lazzara. E Lucrezia, ormai diciottenne, chiese di entrare nel loro Ordine: il 15 gennaio 1461 vestì l’abito benedettino, prendendo il nome di suor Eustochio, in onore di una santa discepola di San Girolamo, figlia di una matrona di Roma, da lui convertita mentre predicava sull’Aventino e che lo aveva seguito in Terra Santa.
Le sue più antiche biografie narrano che, una volta vestito l’abito benedettino, si verificarono episodi preoccupanti, dove la giovane novizia appariva poco rispettosa del contegno imposto dalla Regola. Ad esempio, esplodeva in reazioni violente al punto che le consorelle, spaventate, la legarono a una colonna. Una volta liberata, la nuova badessa si ammalò di una malattia sconosciuta e la colpa ricadde su Eustochio, ritenuta a quel punto una strega. Per questo venne chiusa in cella per tre mesi, e tenuta a pane e acqua. Ma queste prove non la avvilirono. A chi la esortava a tornare nel mondo o a cambiare comunità, Eustochio replicava che accettava prove e tribolazioni perché erano in espiazione della colpa da cui era nata, proprio nel luogo dove tale colpa era stata commessa. Il suo conforto nella solitudine era la recita di un rosario o di una corona di salmi e preghiere da lei stessa composta.
Per quattro anni la sua esistenza in monastero fu segnata da periodi relativamente tranquilli alternati a fasi di sofferenza. Questo quadro indusse la comunità ad accoglierla in pienezza, e il 25 marzo 1465, festa dell’Annunciazione, fu ammessa alla professione solenne, mentre il 14 settembre 1467, come era usanza di quel tempo, le fu imposto il velo nero del ramo femminile dell’Ordine benedettino. A quel punto il demonio si scatenò ulteriormente. Gli ultimi anni della sua breve esistenza furono tormentati dalla malattia e vissuti quasi sempre a letto, immersa nella preghiera e nella meditazione della Passione di Gesù. Con il Crocifisso fra le mani Eustochio ripeteva spesso: «Jesu, fili Dei, miserere mei» («Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me»).

Antica immagine della Beata Eustochio mentre calpesta il demonio
Importante e prezioso fu nella vita della monaca il ruolo del suo direttore spirituale, il sacerdote Gerolamo Saligario, che, allorché il vescovo rinnovò la comunità, divenne il confessore del monastero. Egli fu l’autore nel 1465 di un trattato di morale in cui illustrava il cammino spirituale per conseguire la vita eterna. Dopo la morte prematura di suor Eustochio sarà lui stesso a redigere la memoria in cui attestava l’avvenuto suo percorso di perfezione attraverso le tante prove patite, indicando la loro causa nel nemico infernale. Il Saligario assistette infatti alle vessazioni e agli episodi di possessione della giovane religiosa, incitandola all’obbedienza e al paziente esercizio delle virtù. La difese inoltre dalle consorelle che, per questi fenomeni straordinari, la consideravano con sospetto.
Un giorno, il demonio, che si presentò col nome di Mamon, cercò di strozzare Eustochio convalescente dopo averle tolto i bendaggi e lo scapolare. Le monache furono richiamate dal trambusto in infermeria e, sfondata la porta d’ingresso, trovarono la consorella a terra. Gli attacchi del maligno, che alimentava l’avversione delle monache verso quella vittima innocente, venivano respinti da suor Eustochio con l’invocazione del protomartire Stefano, allo scopo di amare i propri nemici. Ma le vessazioni erano incessanti, e il demonio la batteva come se utilizzasse un flagello, le infliggeva tagli, la trascinava per terra. Le sensazioni dolorosissime che avvertiva la portavano a sperimentare persino le fiamme di un rogo. Un giorno il diavolo la condusse su di una trave posta a pericolosa altezza, minacciando di precipitarla se non avesse rinnegato Gesù, ma il confessore giunse in suo aiuto e cacciò lo spirito infernale con un esorcismo.
La beata non si lamentava mai per queste prove e rispondeva agli attacchi ringraziando il Signore. Un’arma spirituale che ella spesso adottava era il digiuno, nonostante le precarie condizioni di salute, oltre a molteplici penitenze e rinunce. Possedeva per umiltà un solo abito monastico, e sebbene passasse notti insonni si alzava di buon mattino per partecipare alla Messa. Assidua era nel sacramento della Confessione, così come si comunicava regolarmente affinché la presenza di Cristo la fortificasse nella battaglia spirituale. Quando morì, il confessore raccontò di essersi addormentato e di averla vista in sogno rilucente di gloria.
Suor Eustochio lasciò la vita terrena il 13 febbraio 1469 a soli venticinque anni. La sua dipartita fu così serena che il suo viso poté ritrovare l’antica bellezza che le molte prove fisiche avevano segnato. Il demonio poche ore prima l’aveva lasciata finalmente in pace. Allorché le consorelle si accinsero a lavare il corpo della defunta, trovarono inciso all’altezza del cuore il nome IESU, quale evidente suggello dell’amore che la portava a Cristo nelle tante sofferenze subite. Narrano le antiche cronache che, visitando la sua tomba, molti tormentati dal maligno e sofferenti per malattie trovavano liberazione e guarigione totale. Il vescovo di Padova, vista la crescente fama di santità, desiderò appurare l’efficacia della sua intercessione portando sul suo sepolcro una donna riconosciuta come posseduta. La donna più si avvicinava alle spoglie della monaca, più reagiva in modo furioso al punto di compiere atti autolesivi. La presenza di don Saligario glielo impedì. Fu questo episodio un indizio della santità di Eustochio Bellini.
Quattro anni dopo la morte, il corpo venne riesumato dal primo sepolcro e, per singolare prodigio, la fossa iniziò a riempirsi d’acqua purissima che il popolo di Padova attingeva, ottenendo per essa miracoli attribuiti all’intercessione di suor Eustochio, già all’epoca definita da molti “beata” se non “santa”. Nel 1475 il suo corpo fu portato nella chiesa del monastero e dal 1720 fu collocato in modo visibile all’interno di un’arca di cristallo. Il monastero venne soppresso nel 1805 per decisione delle autorità napoleoniche. Dopo la soppressione, le sue venerate spoglie furono traslate nella chiesa di San Pietro, sempre a Padova. Papa Clemente XIII, il patrizio veneziano Carlo della Torre di Rezzonico, già vescovo di Padova, confermò il suo culto nel 1760, applicandolo prima alla Chiesa patavina e poi esteso nel 1767 a tutti i territori della Repubblica di Venezia. La memoria liturgica della Beata Eustochio, per la diocesi di Padova, ricorre il 13 febbraio.

La chiesa di San Pietro a Padova che custodiva le spoglie della beata Eustochio ora deposte in Duomo
Nei secoli la sua fama di santità non è venuta mai meno. Lo attestano i “Quaderni della Beata”, su cui i moltissimi devoti scrivono suppliche e attestano rendimenti di grazie. Anche alcuni sacerdoti esorcisti hanno fatto ricorso alla beata suor Eustochio, sperimentando quanto la sua intercessione possa giovare all’esercizio del loro ministero. A conferma di questo radicato e sincero sentimento di devozione, mons. Claudio Cipolla, vescovo di Padova, ha disposto l’avvio del processo diocesano per la canonizzazione della Beata Eustochio, la cui prima inchiesta pubblica si è celebrata lo scorso 9 maggio. A supportare sul piano documentario il percorso verso la canonizzazione è anche il volume “Beata Eustochio. Storia e attualità di Lucrezia Bellini (1444-1469)”, pubblicato nel mese di ottobre 2025 a cura di Christian Gabrieli, postulatore diocesano della causa, che reca la prefazione del Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin.
Come è scritto nel sito ufficiale della causa di canonizzazione (beataeustochio.diocesipadova.it), «oggi più che mai la sua testimonianza cristiana ci parla chiaramente, e per molte persone è fonte di grande consolazione». Si ritiene perciò «che questa causa possa dare anche un segno ai fedeli di come la speranza sia quella virtù teologale per la quale noi cerchiamo “il regno dei Cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sulla grazia dello Spirito Santo” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1817). Appare infatti davvero evidente come la Beata Eustochio sia stata, più di ogni altra accezione che le si potrebbe dare, un grande testimone di speranza, che si realizza in un presunto grado eroico delle sue virtù, nonostante le grandi prove che la vita le ha riservato».

L’urna che conserva il corpo della beata benedettina (ora la salma non è più visibile) è attualmente collocata in un altare in Duomo